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Referendum per il Biodistretto, una sconfitta senza appello che affonda il biologico per il futuro? Come un autogol può trasformarsi in un'opportunità

La sconfitta del referendum può avere forti ripercussioni proprio su quello che i promotori volevano andare a incentivare perché anche in consiglio quando arriveranno proposte per una riconversione dell'agricoltura adesso i detrattori potranno dire ''i trentini si sono già espressi sull'argomento''. Ma tolto l'autogol sul tema specifico quanto accaduto può rappresentare un'occasione per imparare dagli errori e non ripeterli in futuro per altri referendum 

Di Luca Pianesi - 27 settembre 2021 - 11:15

TRENTO. Un autogol? Rischia di esserlo se si guardano i numeri e il messaggio che emerge da quanto (non) accaduto. Un'opportunità? Sì se si riflette sugli errori commessi (e sono tanti) e in futuro si prenderà maggiormente sul serio il concetto di referendum. E' andata in archivio, nelle scorse, ore la votazione per il Referendum per fare del Trentino un Biodistretto e incentivare l'agricoltura locale a spostarsi sempre più sul biologico e la sostenibilità. E' andato in archivio con una sonora sconfitta per i promotori: poco più di 68 mila votanti, poco meno di 68.000 quelli validi (quasi 400 schede sono nulle o bianche), il 96,96% di ''Sì'' e il 3,04% di ''No'' ma con un quorum lontano anni luce da essere anche solo immaginato (servivano 177.000 votanti, il 40% della popolazione).

 

Ora il rischio è quello dell'autogol clamoroso: che il Trentino resti in stallo per chissà quanti anni e la ''conversione ecologica'' dell'agricoltura locale finisca per essere rallentata proprio per effetto del Referendum. C'è chi dirà che ''i trentini hanno avuto l'occasione di cambiare ma non hanno voluto'' e ancora chi penserà che ''i trentini sono contro il biologico''. Ci saranno quelli che in consiglio provinciale, adesso, quando arriveranno provvedimenti per favorire la necessaria conversione verso un'agricoltura sempre più ''green'' potranno dire ''no'' forti del fatto che ''i trentini si sono già espressi su questo tema e hanno bocciato il referendum''.

 

L'esito del voto, però, ne siamo convinti, non rappresenta il ''sentimento'' reale dei trentini quantomeno non in queste proporzioni. Si poteva fare di più, molto di più. Per fare un referendum, però, servono soldi, servono idee, servono un esercito di volontari. Non basta raccogliere le firme e ''qualificarsi alla gara successiva'' semplicemente per presentarsi ai nastro di partenza della competizione vera. Servono gambe, testa e fiato, poi, per reggere la maratona che porta al voto. Serve tanta, tantissima pubblicità, costante e ben visibile, per settimane. Servono incontri e confronti con ospiti che creino dibattito, che facciano ''notizia'', nel caso specifico bisognava andare a coinvolgere gli agricoltori stessi, tutti, uno per uno perché meglio avere un 40% di ''no'' al momento dello scrutinio, che però sono andati a votare e hanno aiutato, in questo modo, a raggiungere il quorum, che portare al voto solo i ''Sì'' convinti restando i soliti ''pochi ma buoni''. 

 

La riprova di quanto detto la si ha da due referendum che, guarda caso, ci sono stati proprio ieri: uno in Svizzera e uno a San Marino. Nel primo caso è stato dato il via libera ai matrimoni gay. Sono andati a votare circa il 52% degli svizzeri e i ''Sì'' sono stati circa il 64%. In questo caso il quorum non c'era ma un referendum perché sia tale ha bisogno del fronte del ''No'' (in questo caso il 36%) anche per chiamare ''alle armi'' quelli del ''Sì'', serrare le fila e portarli al voto. A San Marino l'aborto è diventato legale (43 anni dopo l'Italia) e in questo caso si è detto che ha ''stravinto il Sì'' con il 77% (quindi un 23% ha votato ''No''). Il fatto che l'esito del referendum trentino si sia concluso con il 96,96% di '''' mostra che quelli già favorevoli, di fatto, si sono parlati addosso, hanno convinto sé stessi. Che l'affluenza si sia fermata al 15% ribadisce il concetto che alla fine che ci fosse il referendum lo sapevano in troppo pochi.   

 

D'accordo la Provincia non ha fatto nulla per accompagnare i cittadini al voto, è rimasta silente, speranzosa che in pochissimi andassero ad esprimersi alle urne. Però la sconfitta non va imputata a questa assenza. Anche perché referendum di questo tipo nascono proprio perché dei cittadini sono in qualche modo scontenti di come legifera l'assise e si organizzano per ''scavalcarla'' imponendole, poi, il provvedimento a buon esito del referendum. Ecco semmai la grande occasione da cogliere è proprio questa: imparare dall'errore ed avere ben chiaro, in futuro, quanto difficile sia organizzare un referendum. Lo strumento in sé è straordinario e bravissimi erano stati quelli del comitato promotore a raccogliere le firme: ora è chiaro che, però, quello non è che il riscaldamento, un giretto di ''prova''. La maratona elettorale è estremamente più difficile, faticosa, stancante e nulla può essere lasciato al caso.

 

La conversione bio del Trentino, a questo punto, dovrà attendere. Ma l'esperienza maturata in questa occasione può servire come un tesoro per i prossimi referendum. Per non rifare gli stessi errori. Per non rischiare di affondare con le proprie mani quello a cui più si tiene

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